Delitto di Avetrana: cosa accadde davvero a Sarah?

Sarah Scazzi, la quindicenne scomparsa ad Avetrana il 26 agosto 2010 al centro di uno dei più noti casi di cronaca nera italiana

Il caldo di fine agosto, nel Salento, ha un modo tutto suo di rallentare il tempo. Le strade di Avetrana sembrano svuotarsi nelle ore più torride del pomeriggio, mentre le persiane restano socchiuse e il silenzio è rotto solo dal frinire incessante delle cicale. È un paese dove tutti conoscono tutti, dove i legami di parentela si intrecciano con quelli del vicinato e dove ogni volto racconta una storia familiare. Il 26 agosto 2010 il silenzio a cui tutti quei volti erano abituati, improvvisamente, diventa assordante.

Il delitto di Avetrana è uno dei casi di cronaca nera più rilevanti e controversi dell’Italia contemporanea. Non solo per la giovane età della vittima, Sarah Scazzi, ma anche perché l’omicidio maturò in un contesto familiare stretto, tra persone che la ragazza frequentava ogni giorno. La vicenda fu segnata da confessioni, ritrattazioni, depistaggi, pressione mediatica e un lungo iter giudiziario concluso nel 2017 con la sentenza definitiva della Corte di Cassazione.

Per capire cosa accadde davvero, è utile seguire una ricostruzione cronologica, basata sui fatti accertati nei processi e sul contenuto della decisione della Cassazione. La verità giudiziaria definitiva ha individuato in Sabrina Misseri e Cosima Serrano le responsabili dell’omicidio, mentre Michele Misseri è stato condannato per la soppressione del cadavere e per condotte successive al delitto.

Chi era Sarah Scazzi

Prima che il suo nome diventasse noto a tutta Italia, Sarah Scazzi era semplicemente una ragazza di quindici anni che abitava con la madre Concetta Serrano; il fratello Claudio e il padre Giacomo lavoravano per lunghi periodi nel Nord Italia. La sua era una famiglia dalle dinamiche comuni a molte altre: affetti profondi, qualche discussione quotidiana e una vita scandita dalla scuola, dagli amici e dalle abitudini di un paese dove tutti si conoscevano. Avevano aderito alla confessione religiosa cristiana dei Testimoni di Geova (fatto questo che aveva avuto un grande impatto anche sulla vita di Sarah). 

Chi l’ha incontrata la descriveva come una ragazza timida, educata e piuttosto riservata. Dietro quella naturale discrezione si nascondeva però anche una forte curiosità verso il mondo esterno e il desiderio, tipico di molti adolescenti, di costruirsi un futuro diverso da quello che il piccolo paese sembrava poter offrire. 

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Sarah frequentava l’istituto professionale e conduceva una vita fatta di impegni scolastici, amicizie e lunghe giornate estive trascorse tra casa e uscite con gli amici. Amava ascoltare musica, trascorrere il tempo con il cellulare, scambiarsi messaggi con gli amici e seguire le mode della sua età. 

Aveva un legame molto forte con gli animali, una passione che emerge anche da alcuni elaborati scolastici scritti prima che il suo nome finisse sulle prime pagine dei giornali. Nei temi raccontava di amarli profondamente e descriveva una quotidianità semplice, fatta di piccoli gesti, abitudini familiari e sogni ancora tutti da realizzare. Dai suoi scritti emerge il ritratto di una ragazza intelligente, riflessiva e creativa, capace di osservare con sincerità ciò che la circondava. 

Come molti adolescenti, anche Sarah viveva un rapporto non sempre facile con la madre. Nei suoi temi scolastici raccontava di litigi frequenti, spesso per motivi banali, mentre descriveva il fratello Claudio come una delle persone a cui era più legata. Si trattava di dinamiche familiari comuni, che convivevano con un forte bisogno di affetto e con il desiderio di essere compresa.

Tra i suoi sogni c’era quello di viaggiare. In un test attitudinale compilato a scuola aveva scritto di voler lavorare un giorno su una nave da crociera come cameriera, un impiego che le avrebbe permesso di vedere il mondo e di allontanarsi dalla routine del piccolo centro in cui era cresciuta. 

Durante l’estate del 2010 trascorreva molto tempo con la cugina Sabrina Misseri, di alcuni anni più grande (22 anni nel 2010). Le due uscivano spesso insieme, frequentavano la stessa compagnia di amici e condividevano giornate al mare, passeggiate e momenti di svago. 

A guardare la sua vita prima dei tragici eventi che l’avrebbero resa tristemente famosa, emerge soprattutto il ritratto di un’adolescente come tante: con le sue passioni, le sue fragilità, le prime amicizie importanti, i sogni di indipendenza e la naturale curiosità verso il futuro. Una ragazza che stava vivendo quella delicata fase di passaggio tra l’infanzia e l’età adulta, cercando il proprio posto nel mondo e immaginando ciò che sarebbe diventata negli anni a venire.

Un’altra protagonista: Sabrina Misseri

Nata nel 1988, era figlia di Michele Misseri e Cosima Serrano e viveva con i genitori nella loro abitazione alla periferia del paese, una villetta con annesso terreno agricolo al numero 22 di Via Grazia Deledda.

All’epoca dei fatti aveva ventidue anni, sette in più della cugina Sarah Scazzi. In un piccolo centro come Avetrana, dove i rapporti familiari erano molto stretti e le occasioni di socializzazione si concentravano tra parenti, amici e conoscenti, Sabrina e Sarah trascorrevano spesso il tempo insieme. La differenza d’età non aveva impedito la nascita di un rapporto che, almeno agli occhi di chi le frequentava, appariva affettuoso e consolidato.

Chi la conosceva descriveva Sabrina come socievole ed estroversa. Frequentava i locali della zona, partecipava alla vita del paese e aveva una cerchia di amicizie piuttosto ampia. Diversi conoscenti la ricordano come una persona dal carattere deciso, determinata e talvolta impulsiva. Aveva un temperamento forte e non nascondeva facilmente le proprie emozioni, qualità che emergevano anche nei rapporti interpersonali. Al tempo stesso, veniva descritta come molto legata ai genitori.

Negli anni precedenti al caso aveva svolto lavori saltuari e aiutava la famiglia nelle attività domestiche e nella gestione della proprietà. Nel 2010 aveva avviato una piccola attività come estetista all’interno della sua stessa abitazione. Un ruolo importante nella vita sociale di Sabrina era occupato da Ivano Russo, un giovane cuoco di Avetrana conosciuto alla fine del 2009 e inserito nella stessa compagnia frequentata anche da Sarah. Tra Sabrina e Ivano nacque un rapporto intenso ma mai trasformato, secondo quanto dichiarato dal ragazzo, in un vero fidanzamento. Russo disse sempre di avere avuto con lei una breve relazione e alcuni incontri intimi, precisando tuttavia di non voler rendere stabile il legame. Sabrina, al contrario, appariva emotivamente coinvolta e sperava che quel rapporto potesse evolvere.

I contatti tra i due erano frequenti e comprendevano telefonate, messaggi, uscite serali e momenti trascorsi insieme agli amici. Nei giorni precedenti alla scomparsa di Sarah, tuttavia, la loro relazione si era deteriorata: Ivano si era mostrato infastidito perché alcuni dettagli privati erano diventati oggetto di conversazioni e pettegolezzi, e aveva deciso di prendere le distanze. Secondo la ricostruzione accolta nelle sentenze, Sabrina riteneva che fosse stata Sarah a raccontare al fratello Claudio alcuni particolari del suo rapporto con Ivano; la conseguente telefonata di Claudio al giovane, per chiedergli quali fossero le sue intenzioni, avrebbe accresciuto l’imbarazzo e la tensione. Gli investigatori esaminarono anche il rapporto cordiale tra Ivano e Sarah, fatto di messaggi, confidenze e atteggiamenti affettuosi all’interno della compagnia. L’accusa interpretò questo intreccio di gelosia, delusione sentimentale, timore dei pettegolezzi e risentimento verso la cugina come una componente del contesto emotivo maturato nell’estate del 2010. La difesa di Sabrina contestò invece questa lettura, sostenendo che i rapporti tra i tre fossero stati enfatizzati e che dalle comunicazioni non emergesse una rivalità tale da giustificare l’interpretazione proposta dall’accusa.

Sabrina Misseri durante le indagini sul caso Sarah Scazzi.

La scomparsa del 26 agosto 2010

Nel primo pomeriggio del 26 agosto Sarah uscì dalla propria abitazione. L’obiettivo era semplice: raggiungere la casa della cugina per poi andare insieme al mare. Da quel momento se ne persero completamente le tracce. Quando Sarah non rientrò e non rispose più al telefono, i familiari iniziarono a preoccuparsi. Le prime ricerche coinvolsero amici, parenti e forze dell’ordine. L’ipotesi iniziale era quella di un allontanamento volontario.

Le indagini e un paese sotto assedio

Nei giorni successivi Avetrana divenne il centro dell’attenzione nazionale. Telecamere, troupe televisive e inviati arrivarono da tutta Italia. La famiglia della ragazza partecipò a numerosi appelli televisivi chiedendo il ritorno della giovane. Ogni dettaglio della sua vita venne analizzato pubblicamente. Gli investigatori ricostruirono gli ultimi movimenti della quindicenne, esaminarono i tabulati telefonici e ascoltarono decine di testimoni.

Nel frattempo iniziarono a emergere le prime incongruenze nei racconti di alcune persone vicine alla ragazza. Sarah Scazzi la giornata della scomparsa aveva concordato con la cugina Sabrina Misseri e con l’amica Mariangela Spagnoletti di trascorrere il pomeriggio al mare. L’appuntamento era nell’abitazione dei Misseri, distante meno di quattro minuti dalla propria, mentre Mariangela sarebbe arrivata in automobile portando con sé anche la sorella minore. Prima di uscire, Sarah disse alla madre di avere ricevuto da Sabrina il messaggio con cui veniva avvisata di prepararsi. La sentenza d’appello, la cui ricostruzione è stata ritenuta logicamente fondata dalla Cassazione, concluse però che quel messaggio non era mai arrivato: secondo i giudici, Sarah avrebbe usato quella piccola bugia soltanto per anticipare l’uscita e raggiungere subito la cugina.

Poco prima delle 14 Sarah lasciò dunque la propria abitazione. Indossava pantaloncini corti e una maglietta, portava con sé uno zainetto con il necessario per il mare e aveva il telefono cellulare. Alle 13:50 circa un’amica di Sabrina, Anna Luisa Monopoli, passò davanti alla villetta dei Misseri per proporle di andare in spiaggia, ma non la vide in veranda. Secondo la ricostruzione giudiziaria, Sarah arrivò pochi minuti dopo ed entrò nella casa di via Deledda. I giudici considerarono certo questo passaggio sulla base di diversi elementi: Sabrina conosceva l’abbigliamento indossato dalla cugina, un particolare che in quel momento poteva aver appreso soltanto vedendola; inoltre, alcune conversazioni intercettate successivamente furono interpretate come un riconoscimento indiretto del fatto che Sarah fosse effettivamente giunta nell’abitazione.

La permanenza della ragazza nella villetta sarebbe durata soltanto pochi minuti. La sentenza non ha potuto stabilire le parole esatte pronunciate all’interno della casa, ma ha ritenuto che tra le due cugine fosse esploso un contrasto particolarmente duro, maturato in un clima di tensione già emerso la sera precedente e annotato da Sarah nel proprio diario. La quindicenne avrebbe reagito allontanandosi dall’abitazione e incamminandosi lungo la strada. A quel punto, secondo la ricostruzione accolta dai giudici, Cosima Serrano (madre di Sabrina e zia di Sarah) sarebbe uscita con la propria Opel Astra, avrebbe raggiunto la nipote e l’avrebbe costretta a salire sull’automobile, riconducendola nella villetta che aveva appena lasciato.

Questo segmento della ricostruzione si fondò soprattutto sul racconto attribuito a un fioraio di passaggio, Giovanni Buccolieri. L’uomo aveva riferito di avere visto una ragazza inseguita e fatta salire contro la propria volontà su un’automobile. In seguito sostenne che si fosse trattato di un sogno, dando origine a uno dei passaggi più controversi dell’intero processo. Le corti di merito ritennero tuttavia che l’avvistamento fosse reale, valorizzando le confidenze fatte dall’uomo ad alcune persone, le intercettazioni successive, la consegna di fiori che ne collocava il transito nella zona e lo spostamento dell’Opel Astra registrato tra le 13:55 e le 14:20. La Cassazione giudicò questa valutazione coerente e priva di manifeste incongruenze.

Da quel momento la cronologia viene scandita soprattutto dal traffico telefonico. Alle 14:18:47 un’amica di scuola inviò un messaggio a Sarah senza ricevere risposta. Alle 14:23:11 provò anche a chiamarla, ancora senza esito. La ragazza, secondo la testimonianza dell’amica, rispondeva abitualmente persino quando non aveva credito, ricorrendo all’addebito della chiamata: quel silenzio fu quindi considerato insolito. La sentenza definitiva ha collocato la morte di Sarah all’interno dell’abitazione dei Misseri in una finestra temporale compresa tra le 14 e le 14:25, escludendo che fosse scesa spontaneamente nel garage.

Alle 14:25:08 dal telefono di Sabrina partì un messaggio che invitava Sarah a prepararsi per andare al mare. Un secondo messaggio, inviato alle 14:28:13, le chiedeva se avesse letto il precedente. Soltanto tredici secondi dopo, alle 14:28:26, dal cellulare di Sarah partì uno squillo diretto a quello della cugina. Secondo i giudici, non fu Sarah a effettuarlo: l’apparecchio sarebbe stato utilizzato da Sabrina per simulare un contatto e creare l’impressione che la quindicenne non fosse ancora arrivata. Nella medesima prospettiva furono interpretati anche i successivi messaggi inviati a Mariangela Spagnoletti per chiederle se fosse necessario avvertire Sarah, nonostante fosse già stabilito che la ragazza sarebbe andata al mare con loro.

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Quando Mariangela giunse in via Deledda, Sarah non era visibile. Cominciarono allora le telefonate apparentemente destinate a rintracciarla. Alle 14:42:48 Sabrina chiamò il cellulare della cugina, ma l’apparecchio risultò irraggiungibile e la comunicazione venne deviata al servizio di rete. L’analisi degli agganci telefonici indicò che in quel momento il telefono si trovava nella zona del garage della villetta. I giudici ritennero che Sarah fosse già morta e che il suo corpo fosse stato trasferito dalla casa alla rimessa attraverso la porta interna di collegamento. La Cassazione precisò che i dati delle celle non costituivano da soli la prova decisiva, ma erano compatibili con il quadro complessivo formato da testimonianze, intercettazioni e comportamenti successivi.

L’allarme non scattò immediatamente. Cosima telefonò alla sorella Concetta, madre di Sarah, soltanto alle 15:18. Le versioni successive sui movimenti compiuti nel frattempo, sulla posizione dei familiari e sul momento in cui ciascuno avrebbe appreso della scomparsa presentarono contraddizioni che sarebbero state analizzate per anni. Alle 15:24 anche il cellulare di Cosima agganciò la cella associata alla zona della rimessa, elemento valutato insieme alle conversazioni intercettate riguardanti la porta interna, un compressore spostato nel garage e il possibile rinvenimento di tracce.

Nel pomeriggio, mentre parenti e amici cominciavano a percorrere le strade di Avetrana, si consolidò pubblicamente l’idea che Sarah non fosse mai arrivata in via Deledda. La prima ipotesi fu quella di un allontanamento volontario: vennero controllate le fermate degli autobus, le strade verso il mare e i luoghi frequentati dalla quindicenne. Secondo la verità giudiziaria definitiva, tuttavia, la scomparsa era già stata costruita come una messinscena. Sarah non si era allontanata dal paese e non era svanita lungo il breve tragitto tra le due abitazioni. Aveva raggiunto la destinazione prevista, era entrata nella villetta e, dopo quel momento, nessuno l’avrebbe più vista viva all’esterno.

Cosima Serrano, la zia di Sarah Scazzi mentre parla del Delitto di Avetrana

Michele Misseri: una serie di colpi di scena

Per oltre un mese le indagini sulla scomparsa di Sarah Scazzi sembrarono procedere senza una svolta decisiva. Il punto di rottura arrivò il 29 settembre 2010, quando, durante un sopralluogo nelle campagne di Avetrana, fu ritrovato il telefono cellulare della ragazza in un terreno appartenente alla famiglia Misseri. Quel rinvenimento cambiò radicalmente il corso dell’inchiesta: fino a quel momento Michele Misseri, padre di Sabrina Misseri e zio di Sarah Scazzi, aveva partecipato attivamente alle ricerche della nipote e aveva più volte ribadito di non sapere nulla della sua sorte. Gli investigatori, però, concentrarono immediatamente l’attenzione su di lui, ritenendo altamente significativo che l’apparecchio si trovasse proprio in una zona nella sua disponibilità.

Sottoposto a un lungo interrogatorio, il 6 ottobre 2010 Michele Misseri confessò improvvisamente di aver ucciso Sarah. Raccontò di aver aggredito la nipote dopo un presunto tentativo di violenza sessuale da lui stesso descritto e indicò agli investigatori il luogo in cui aveva nascosto il corpo: un pozzo-cisterna in contrada Mosca. Grazie alle indicazioni fornite dall’uomo, i carabinieri recuperarono il cadavere della quindicenne nella tarda serata dello stesso giorno. Fu una confessione che sconvolse l’Italia e che, inizialmente, sembrò chiudere definitivamente il caso.

Nei giorni successivi, tuttavia, quella ricostruzione iniziò a sgretolarsi. Misseri modificò ripetutamente il proprio racconto, introducendo nuovi particolari, eliminandone altri e attribuendo progressivamente responsabilità diverse ai familiari. In una prima fase continuò a sostenere di essere l’unico autore dell’omicidio, salvo poi dichiarare che ad agire fosse stata la figlia Sabrina Misseri, intervenendo lui soltanto per occultare il cadavere. Questa nuova versione portò all’arresto della giovane il 15 ottobre 2010.

Le oscillazioni non si fermarono. Nei mesi successivi Michele Misseri tornò più volte sui propri passi: in alcune dichiarazioni ribadì di essere il solo responsabile dell’omicidio, in altre coinvolse nuovamente Sabrina e, successivamente, anche la moglie Cosima Serrano, descrivendo dinamiche ogni volta differenti. Le sue confessioni finirono così per alternarsi a continue ritrattazioni, con particolari modificati o completamente riscritti, tanto da costringere gli investigatori a verificare ogni affermazione esclusivamente attraverso riscontri oggettivi, intercettazioni, tabulati telefonici, testimonianze e accertamenti tecnici.

Proprio questa estrema mutevolezza rappresentò uno degli aspetti più delicati dell’intero procedimento giudiziario. Nelle motivazioni richiamate dalla Corte di cassazione viene evidenziato come le numerose versioni fornite da Michele Misseri non potessero essere considerate attendibili di per sé e dovessero essere valutate soltanto nella misura in cui trovavano conferma in elementi esterni indipendenti. Per questo motivo la sentenza definitiva non si fondò sulle sue confessioni, ma sull’insieme del quadro probatorio ricostruito nel corso delle indagini.

Zio Michè: il vero protagonista del processo di Sabrina Misseri e Cosima Serrano

Il processo alla famiglia Misseri

Il procedimento giudiziario per il delitto di Sarah Scazzi prese avvio nel gennaio 2012 davanti alla Corte d’Assise di Taranto e si trasformò rapidamente in uno dei processi più seguiti nella storia della cronaca italiana. Nel corso del dibattimento furono ascoltati centinaia di testimoni, analizzati migliaia di intercettazioni telefoniche e ambientali, esaminati tabulati, consulenze medico-legali e numerosi accertamenti tecnici. Uno dei principali nodi processuali riguardò proprio l’attendibilità delle molteplici confessioni di Michele Misseri, che i giudici ritennero prive di valore autonomo a causa delle continue contraddizioni e ritrattazioni. La ricostruzione dell’accusa si fondò quindi soprattutto sull’insieme degli elementi indiziari convergenti, valutati nel loro complesso e ritenuti reciprocamente coerenti. Al termine di un lungo iter processuale, articolato tra primo grado, appello e Corte di cassazione, nel 2017 la sentenza divenne definitiva.

Le sentenze definitive

L’iter giudiziario del delitto di Sarah Scazzi si articolò in due distinti procedimenti, entrambi destinati a concludersi con sentenze definitive della Corte di cassazione. Il processo principale, celebrato davanti alla Corte d’Assise di Taranto, si concluse in primo grado il 20 aprile 2013 con la condanna all’ergastolo di Sabrina Misseri e Cosima Serrano, ritenute responsabili dell’omicidio volontario di Sarah Scazzi, aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi, nonché della soppressione di cadavere. La Corte d’Assise d’Appello di Taranto confermò integralmente il verdetto il 27 luglio 2015, decisione resa definitiva dalla Prima Sezione Penale della Corte di cassazione il 21 febbraio 2017, che rigettò i ricorsi delle imputate. Nello stesso procedimento, Michele Misseri fu invece assolto dall’accusa di omicidio perché il fatto non sussiste, ma venne condannato in via definitiva a otto anni di reclusione per i reati di soppressione di cadavere e simulazione di reato, avendo confessato di aver occultato il corpo della nipote e posto in essere condotte finalizzate a depistare le indagini.

Accanto al processo principale si svolse anche il cosiddetto processo bis, nato per accertare le responsabilità di coloro che, secondo l’accusa, avevano contribuito a depistare le indagini o a favorire gli imputati. In questo procedimento furono coinvolti Cosimo Cosma, fratello di Michele Misseri, Carmine Misseri, nipote dell’agricoltore, e gli avvocati Emilia Velletri e Maria Rosaria Baldari, accusati a vario titolo di intralcio alla giustizia e favoreggiamento. Al termine del processo, la Corte d’Appello di Lecce inflisse condanne definitive a Cosimo Cosma, condannato a sei anni di reclusione per concorso nella soppressione del cadavere, e a Carmine Misseri, condannato a cinque anni per lo stesso reato. Le due legali furono invece assolte in via definitiva dalle accuse loro contestate. Anche questo procedimento contribuì a chiarire le attività successive all’omicidio e le operazioni di occultamento del corpo, pur restando distinto dal processo che accertò le responsabilità per il delitto.

Prove a carico di Sabrina Misseri e Cosima Serrano

Le prove a carico di Sabrina Misseri e Cosima Serrano

La condanna definitiva di Sabrina Misseri e Cosima Serrano non si fondò su una confessione, né su una prova diretta dell’omicidio, ma su un articolato quadro di indizi ritenuti gravi, precisi e concordanti, valutati nel loro insieme secondo il principio della convergenza probatoria. Nelle motivazioni, i giudici sottolineano come ogni singolo elemento, considerato isolatamente, potesse apparire insufficiente; la loro forza dimostrativa derivava invece dalla perfetta compatibilità reciproca e dalla capacità di ricostruire in modo coerente quanto accaduto il 26 agosto 2010.

Un primo elemento riguardava l’arrivo di Sarah nella villetta di via Grazia Deledda, circostanza contestata dalle difese ma ritenuta provata dalla Corte. Decisive furono le testimonianze di Anna Pisanò, della collaboratrice domestica Mariangela Spagnoletti, dei familiari della vittima e soprattutto l’analisi dei tabulati telefonici. I giudici conclusero che Sarah era effettivamente giunta a casa dei Misseri pochi minuti prima delle 14 e che aveva mentito alla madre dicendole di aver ricevuto il messaggio con cui Sabrina la invitava al mare, poiché quel messaggio sarebbe stato inviato solo dopo la sua scomparsa. La circostanza che Sabrina conoscesse con precisione l’abbigliamento indossato dalla cugina prima ancora che venisse ritrovato il corpo fu considerata un ulteriore riscontro della sua presenza nella villetta.

Di particolare rilievo fu poi la ricostruzione dei movimenti dei telefoni cellulari. Attraverso l’analisi delle celle telefoniche, dei messaggi e delle chiamate, la Corte ritenne dimostrato che il cellulare di Sarah rimase inizialmente nell’abitazione dei Misseri e venne successivamente spostato nel garage. Furono considerati particolarmente significativi i due messaggi inviati da Sabrina alle 14:25 e alle 14:28, apparentemente destinati a invitare Sarah al mare, quando secondo i giudici la ragazza era già morta. Ancora più sospetto venne ritenuto lo squillo partito dal telefono di Sarah pochi secondi dopo il secondo messaggio: la Corte concluse che fosse stato effettuato da Sabrina utilizzando il cellulare della cugina nel tentativo di simulare che quest’ultima fosse ancora viva e non fosse ancora arrivata all’appuntamento. Anche il successivo spegnimento dell’apparecchio e il suo ritrovamento nelle campagne di proprietà dei Misseri furono valutati come elementi perfettamente compatibili con questa ricostruzione.

Un altro tassello fondamentale fu rappresentato dalle dichiarazioni del fioraio Giovanni Buccolieri. Sebbene l’uomo avesse successivamente parlato di un “sogno”, i giudici ritennero attendibile il nucleo originario del suo racconto, confermato da diverse testimonianze indirette e da intercettazioni ambientali. Buccolieri aveva riferito di aver visto una giovane ragazza trascinata con forza all’interno di un’automobile da una donna identificata in Cosima Serrano, mentre una seconda persona si trovava già a bordo del veicolo. La Corte considerò il successivo tentativo di ridimensionare quel racconto come il risultato delle pressioni e del timore suscitato dall’enorme esposizione mediatica del caso, valorizzando invece le confidenze rese dall’uomo ai familiari e ad alcuni conoscenti nell’immediatezza dei fatti.

Le motivazioni attribuiscono inoltre particolare importanza al comportamento tenuto dalle imputate subito dopo la scomparsa di Sarah. Sabrina, secondo la Corte, mise in atto una serie di iniziative destinate a costruire un falso alibi: inviò messaggi che simulavano l’attesa della cugina, effettuò telefonate quando il telefono era già stato disattivato, fornì agli investigatori e agli amici ricostruzioni ritenute non compatibili con i dati oggettivi e modificò più volte il proprio racconto. Anche Cosima Serrano rese dichiarazioni considerate contraddittorie rispetto agli accertamenti tecnici e alle testimonianze raccolte, soprattutto riguardo ai propri spostamenti e agli orari della giornata del 26 agosto.

La Corte valorizzò inoltre numerose intercettazioni telefoniche e ambientali effettuate nei mesi successivi. In particolare, alcune conversazioni tra Michele Misseri, Cosima Serrano e altri familiari furono interpretate come indicatrici della consapevolezza della reale dinamica dei fatti e dei tentativi di concordare versioni comuni. Anche alcuni dialoghi intercettati tra Sabrina e conoscenti furono ritenuti incompatibili con il comportamento di una persona completamente estranea ai fatti.

Un ulteriore profilo preso in considerazione riguardò il movente. I giudici esclusero che l’omicidio fosse il risultato di un gesto improvviso e individuarono un contesto di crescente tensione maturato nelle settimane precedenti. Attraverso i diari di Sarah, le testimonianze degli amici, gli sms e le dichiarazioni di Ivano Russo emerse il progressivo deterioramento del rapporto tra le due cugine, alimentato dalla convinzione di Sabrina che Sarah avesse divulgato particolari della loro relazione e dai contrasti sorti attorno alla figura del giovane. La Cassazione precisò tuttavia che il movente, pur contribuendo a spiegare il contesto emotivo della vicenda, non costituiva la prova della responsabilità penale, fondata invece sul complessivo quadro indiziario.

Infine, la Corte ritenne particolarmente significativo il comportamento processuale di Michele Misseri. Le sue continue confessioni e ritrattazioni furono giudicate intrinsecamente inattendibili e non vennero utilizzate come prova diretta dell’omicidio. Al contrario, i giudici considerarono attendibili soltanto quei passaggi delle sue dichiarazioni che trovavano conferma in elementi oggettivi indipendenti, come i dati telefonici, le testimonianze, gli accertamenti medico-legali e le intercettazioni. Proprio per questo motivo la sentenza definitiva chiarisce che la responsabilità di Sabrina Misseri e Cosima Serrano non deriva dalle accuse formulate da Michele, ma dalla convergenza di un complesso sistema di riscontri esterni che, nel loro insieme, hanno superato il vaglio richiesto dal processo penale.

La famiglia misseri oggi

Michele Misseri, Cosima Serrano e Sabrina Misseri oggi: che fine hanno fatto?

A oltre quindici anni dal delitto di Sarah Scazzi e dopo la conclusione definitiva del processo, le vite di Michele Misseri, Cosima Serrano e Sabrina Misseri hanno preso strade profondamente diverse. La sentenza della Corte di cassazione del 21 febbraio 2017 ha reso irrevocabili le condanne, ma il caso continua ancora oggi ad alimentare dibattiti, documentari e richieste di rilettura della vicenda giudiziaria.

Michele Misseri è tornato in libertà

Dopo la sentenza definitiva, Michele Misseri è stato condannato a otto anni di reclusione per soppressione di cadavere e inquinamento delle prove. Ha scontato la pena nel carcere di Borgo San Nicola, a Lecce, beneficiando delle riduzioni previste dall’ordinamento penitenziario per buona condotta. L’11 febbraio 2024 è stato scarcerato. All’uscita dal penitenziario non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma il suo avvocato Luca La Tanza ha riferito una frase destinata a far discutere: «Mi sentivo più libero dentro, fuori mi sento invece incarcerato». Il legale ha inoltre spiegato che l’ex agricoltore appariva profondamente provato sul piano psicologico e intenzionato a trascorrere un periodo lontano dall’attenzione mediatica.

Negli anni della detenzione Michele Misseri non ha mai smesso di sostenere di essere l’unico responsabile dell’omicidio della nipote. In diverse lettere, interviste e dichiarazioni spontanee ha continuato a chiedere che la moglie Cosima e la figlia Sabrina fossero liberate, ribadendo di aver agito da solo. Si tratta di una versione che la magistratura ha ripetutamente ritenuto incompatibile con il quadro probatorio accertato nel processo e che non ha mai determinato la riapertura del procedimento. Anche dopo la scarcerazione Misseri ha continuato, in alcune interviste, a proclamarsi unico autore del delitto, pur senza produrre nuovi elementi idonei a modificare la sentenza definitiva.

Sabrina Misseri continua a scontare l’ergastolo

Sabrina Misseri è detenuta dal 15 ottobre 2010. Dopo la condanna definitiva all’ergastolo pronunciata dalla Corte di cassazione nel 2017, ha continuato a proclamarsi innocente. Nel corso degli anni ha presentato, attraverso i propri difensori, diverse iniziative giudiziarie finalizzate a ottenere una revisione del processo o una nuova valutazione delle prove, senza che venissero accolte dai giudici.

Durante la detenzione ha cercato di costruirsi una quotidianità stabile partecipando alle attività trattamentali previste dall’istituto penitenziario. Secondo quanto riferito in varie interviste dai suoi legali, Sabrina lavora all’interno del carcere, legge molto e mantiene una condotta regolare.

Cosima Serrano resta detenuta

Anche Cosima Serrano sta scontando la pena dell’ergastolo. Fin dall’inizio dell’inchiesta ha sempre respinto ogni accusa, sostenendo di non avere preso parte all’omicidio della nipote. Dopo la conferma definitiva della condanna non sono emersi elementi nuovi tali da riaprire il processo.

Le notizie sulla sua vita in carcere sono molto limitate. Per scelta personale e difensiva ha sempre mantenuto un profilo estremamente riservato, rilasciando pochissime dichiarazioni pubbliche. Negli anni successivi alla condanna definitiva, sia Sabrina Misseri sia Cosima Serrano hanno maturato i requisiti temporali per poter richiedere alcuni benefici penitenziari previsti dall’ordinamento, tra cui i permessi premio. La vicenda più nota riguarda Sabrina Misseri, alla quale nel 2021 il Magistrato di sorveglianza e successivamente il Tribunale di sorveglianza di Taranto negarono il permesso di lasciare temporaneamente il carcere. La decisione fu confermata dalla Corte di cassazione nel marzo 2022. I giudici hanno precisato che la mancata ammissione del reato non costituisce, di per sé, un ostacolo alla concessione del beneficio; tuttavia, nel caso di Sabrina hanno ritenuto che il suo persistente atteggiamento di totale chiusura rispetto ai fatti accertati e l’assenza di una “rivisitazione critica” del proprio comportamento impedissero di formulare un giudizio favorevole sulla sua evoluzione trattamentale e sulla cessazione della pericolosità sociale. Per queste ragioni la richiesta è stata definitivamente respinta.

Anche Cosima Serrano ha presentato istanze per accedere ai benefici penitenziari previsti dalla legge, ma allo stato non risulta che le sia stato concesso alcun permesso premio o altra misura alternativa alla detenzione. Entrambe continuano a scontare la pena dell’ergastolo e a proclamarsi innocenti. Nel novembre 2024, inoltre, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalle due donne contro la condanna definitiva, lasciando così immutato il quadro processuale stabilito dalla magistratura italiana.

FAQ

  • Chi è stato condannato per l'omicidio di Sarah Scazzi?

    In via definitiva, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna all'ergastolo per Sabrina Misseri e Cosima Serrano. Michele Misseri è stato condannato per soppressione di cadavere e condotte collegate all'inquinamento delle prove.

  • Perché Michele Misseri non è stato condannato per l'omicidio?

    Nonostante le sue molteplici confessioni e ritrattazioni, i giudici lo hanno ritenuto inattendibile come autore materiale del delitto. La sentenza definitiva ha attribuito l'omicidio a Sabrina Misseri e Cosima Serrano, considerando Michele responsabile dell'occultamento del corpo e di attività successive al delitto.

  • Quali furono le prove principali contro Sabrina Misseri e Cosima Serrano?

    Tra gli elementi valorizzati nei processi figurano le intercettazioni, i tabulati telefonici, il comportamento tenuto dopo la scomparsa, le dichiarazioni di Michele Misseri nei passaggi ritenuti riscontrati, e la ricostruzione complessiva del movente e della soppressione del cadavere. La Cassazione ha ritenuto il quadro probatorio idoneo a confermare le condanne.

  • Che fine hanno fatto Cosima e Sabrina?

    Cosima Serrano e Sabrina Misseri stanno scontando la pena dell'ergastolo in esecuzione della sentenza definitiva. L'ergastolo in Italia è una pena perpetua, pur con la possibilità, in presenza dei requisiti di legge, di accedere nel tempo a benefici penitenziari.

  • Che fine ha fatto Michele Misseri?

    Michele Misseri è stato condannato per la soppressione del cadavere di Sarah Scazzi e per condotte connesse. Dopo l'espiazione della pena è tornato in libertà. Nel tempo ha continuato pubblicamente a dichiararsi autore dell'omicidio, ma tali affermazioni non hanno modificato la verità giudiziaria definitiva.

Classe 1990, si occupa di content creation e scrittura creativa dal 2014. Conosce Alessandra in Triboo Media e, dopo una breve esperienza nell'ufficio stampa della ASL Roma 1, capisce che il posto fisso non è la sua strada. Oggi è Head of Content in una grande agenzia pubblicitaria, dove coordina strategie editoriali e progetti di comunicazione. Creativa, confusionaria e con la testa tra le nuvole, ha però una capacità molto particolare: riesce a collocare quasi ogni città italiana nella sua regione ricordando il caso di cronaca che l'ha resa nota. Un talento decisamente insolito, ma sorprendentemente utile quando si costruisce un'enciclopedia del male.