Vincenzo Verzeni, il vampiro di Bergamo

vampiro di bergamo

Vincenzo Verzeni, passato alla storia come il vampiro di Bergamo o “strangolatore di donne”, fu un contadino di Bottanuco, in provincia di Bergamo, condannato per l’omicidio di due donne e per una serie di aggressioni commesse tra il 1867 e il 1871. Le vittime uccise furono Giovanna Motta, 14 anni, ed Elisabetta Pagnoncelli, 28 anni. Il 9 aprile 1873 la Corte d’Assise di Bergamo lo condannò ai lavori forzati a vita.

Il caso è entrato nella storia della criminologia per due ragioni. La prima è la perizia di Cesare Lombroso, che dopo la sentenza ottenne da Verzeni una confessione dettagliata e usò il caso nei suoi studi. La seconda è la sua fortuna internazionale: lo psichiatra Richard von Krafft-Ebing lo inserì nella Psychopathia sexualis come esempio di omicidio a sfondo sessuale. Questa ricostruzione si basa sugli atti pubblicati all’epoca e sugli studi giuridici più recenti, e corregge alcuni errori che circolano online.

Ritratto di Vincenzo Verzeni, il vampiro di Bergamo
Vincenzo Verzeni in una fotografia d’epoca. Pubblico dominio, via Wikipedia

Chi era Vincenzo Verzeni

Vincenzo Verzeni nacque a Bottanuco l’11 aprile 1849, figlio di Giacomo, in una famiglia contadina. Bottanuco è un piccolo comune dell’Isola bergamasca, sulla riva sinistra dell’Adda.

Le fonti dell’epoca descrivono la famiglia come benestante per gli standard del paese, ma dominata da una forte avarizia. Lombroso scrisse che in casa “domina sovrana la bigotteria e l’avarizia”. Lo psichiatra Pasquale Penta, che visitò Verzeni in carcere molti anni dopo, riferì che nel 1866 la famiglia mangiava polenta di mais avariato per risparmiare, pur potendo permettersi di meglio. Il padre beveva molto vino. Nella famiglia c’erano casi di pellagra e cretinismo.

In paese Vincenzo Verzeni era considerato un giovane tranquillo e molto religioso, assiduo alla messa. Non aveva studiato e lavorava nei campi. Questa reputazione spiega perché, per anni, nessuno collegò a lui le aggressioni subite da alcune donne della zona.

Le prime aggressioni tra il 1867 e il 1869

Il primo episodio documentato risale al 1867. Verzeni aggredì la cugina Marianna Verzeni, 12 anni, malata a letto nell’abitazione sopra la sua, e tentò di strangolarla. La ragazza non lo denunciò. L’episodio emerse solo durante l’istruttoria, quattro anni dopo.

Negli anni successivi, secondo l’atto d’accusa, aggredì altre donne:

  • Barbara Bravi, 27 anni, sposata, fu assalita da un uomo che fuggì quando lei reagì. Dopo l’arresto di Verzeni non escluse che fosse stato lui.
  • Margherita Esposito, sposata, riuscì a respingere l’aggressore afferrandolo per il labbro inferiore.
  • Angela Previtali, 12 anni, fu presa per mano da Verzeni e portata verso una zona isolata. Lui la lasciò andare quando la ragazza lo supplicò, e la seguì per un tratto.

Alcune fonti divulgative raccontano che Angela Previtali fu “rapita e trattenuta per ore”. Le ricostruzioni basate sugli atti descrivono invece un episodio breve, senza violenza fisica.

L’omicidio di Giovanna Motta

L’8 dicembre 1870 Giovanna Motta, una ragazza di circa 14 anni che lavorava presso una coppia di coniugi, si mise in cammino verso il vicino comune di Suisio per visitare alcuni parenti. Non arrivò mai.

Il corpo fu trovato sotto una tettoia di paglia, chiamata in zona “Tabiotto”. La ragazza era stata strangolata e aveva terra in bocca. Il cadavere presentava morsi e gravi mutilazioni. Vicino al corpo c’erano una decina di spilli per capelli disposti in modo quasi ordinato, un dettaglio che colpì molto i contemporanei. Sulla data del ritrovamento le fonti non concordano: un resoconto del processo pubblicato nel 1889 indica la sera del 10 dicembre, mentre altre ricostruzioni parlano di quattro giorni dopo la scomparsa.

Le indagini si concentrarono su un muratore di Suisio, Abramo Esposito, arrestato il 18 dicembre 1870. L’uomo aveva un alibi solido e il tribunale di Bergamo lo rimise in libertà dopo circa due mesi di carcere.

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Le aggressioni del 1871 e l’omicidio di Elisabetta Pagnoncelli

Il 10 aprile 1871, lunedì di Pasqua, Verzeni aggredì Maria Galli, una contadina sposata, strappandole il fazzoletto dalla testa. La donna riuscì a sottrarsi e in seguito testimoniò al processo.

A fine agosto fu la volta di Maria Previtali, 19 anni, filatrice e sua cugina. Verzeni la trascinò in un campo di frumento e cominciò a strangolarla, poi la lasciò andare quando lei lo implorò. Le fonti italiane datano l’aggressione al 26 agosto, Krafft-Ebing al 29.

Domenica 27 agosto 1871 fu uccisa Elisabetta Pagnoncelli, 28 anni, moglie del mezzadro Antonio Frigeni e madre di due bambini piccoli, il più giovane ancora allattato. La donna fu strangolata con una corda e il suo addome venne squarciato. Nella letteratura straniera compare spesso come “Frigeni”, dal cognome del marito.

Diverse fonti online, tra cui la voce di Wikipedia in italiano, collocano questo omicidio nel 1872. Gli atti del processo e gli studi che li citano indicano senza ambiguità il 1871.

Vittime e aggressioni di Vincenzo Verzeni

Data Persona Esito
1867 Marianna Verzeni, 12 anni, cugina Tentato strangolamento, mai denunciato
1867-1869 Barbara Bravi, 27 anni Aggressione, la donna reagisce
1867-1869 Margherita Esposito Aggressione respinta
1869 circa Angela Previtali, 12 anni Allontanata dal paese, poi lasciata andare
8 dicembre 1870 Giovanna Motta, 14 anni Uccisa
10 aprile 1871 Maria Galli Aggressione, la donna si libera
26 agosto 1871 Maria Previtali, 19 anni, cugina Tentato strangolamento
27 agosto 1871 Elisabetta Pagnoncelli, 28 anni Uccisa

Al processo Verzeni fu condannato per due omicidi e tre tentati omicidi.

Le indagini e l’arresto

Dopo il secondo delitto i sospetti si spostarono su Verzeni. Lui cercò di indirizzarli su due compaesani, Sala e Suardi, che però dimostrarono di trovarsi altrove. Vincenzo Verzeni fu arrestato l’11 gennaio 1872, a 22 anni. Alcune fonti indicano erroneamente il 1873, che è invece l’anno della sentenza.

L’accusa non aveva prove materiali dirette. Nessuno aveva assistito agli omicidi e sui suoi vestiti non furono trovate tracce di sangue. Il caso si reggeva su indizi: le testimonianze delle donne aggredite, la somiglianza tra gli episodi, la vicinanza dei luoghi alla sua casa.

Al processo una delle testimoni che lo aveva riconosciuto ritrattò, poi confermò di nuovo il riconoscimento sotto la pressione del padre e del pubblico ministero. Verzeni negò tutto e come alibi sostenne di aver assistito a tre messe in ciascuno dei giorni dei delitti, con confessione e comunione.

La perizia di Cesare Lombroso

Per valutare lo stato mentale dell’imputato, la Corte d’Assise di Bergamo nominò perito Cesare Lombroso. In quel periodo Lombroso dirigeva il manicomio di Pesaro e nel 1873 tornò all’università di Pavia. La perizia fu pubblicata nel 1873 con il titolo “Verzeni e Agnoletti” sulla Rivista di discipline carcerarie.

Cesare Lombroso, autore della perizia su Vincenzo Verzeni
Cesare Lombroso. Foto: autore sconosciuto, pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Il contenuto è molto meno sensazionale di quanto si legga spesso. Lombroso misurò il cranio di Verzeni e rilevò alcune asimmetrie, alle quali però attribuì “solo un limitato valore”. Notò anzi che l’imputato presentava molti dei caratteri dell’uomo sano della zona. Cretinismo e pellagra, che alcune fonti attribuiscono a Verzeni, riguardavano in realtà alcuni suoi parenti.

La conclusione fu che Verzeni non era malato di mente ed era responsabile delle sue azioni, con una possibile diminuzione di responsabilità solo per l’ultima parte degli atti, cioè le mutilazioni. Lombroso descrisse il caso con i termini della psichiatria del tempo: “antropofago” e “necrofilomania”.

Online circola una frase attribuita a Lombroso, che avrebbe definito Verzeni “sadico sessuale, vampiro, divoratore di carne umana”. La frase non compare nei suoi scritti sul caso. Il termine “vampiro” in senso scientifico si deve invece a Krafft-Ebing.

Il processo di Bergamo e la condanna

Il processo si svolse davanti alla Corte d’Assise di Bergamo, con una giuria popolare. L’accusa era sostenuta dal pubblico ministero Quintavalle, che insistette sulle vite delle due vittime e si affidò alle conclusioni del perito.

Il 9 aprile 1873 Vincenzo Verzeni fu condannato ai lavori forzati a vita, la pena prevista dal codice penale sardo allora in vigore. La pena di morte fu evitata per un solo voto della giuria.

I giornali seguirono il caso con grande attenzione e fissarono i soprannomi che sono arrivati fino a oggi: “strangolatore di donne”, “vampiro della bergamasca”, “vampiro di Bottanuco”. La cronaca del processo arrivò anche all’estero, fino ai quotidiani di Varsavia. È uno dei primi casi italiani seguiti dalla stampa come un racconto a puntate, un fenomeno approfondito nell’articolo su come un caso giudiziario diventa spettacolo.

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La confessione a Lombroso

Durante il processo Vincenzo Verzeni negò sempre. La confessione arrivò pochi giorni dopo la sentenza e fu raccolta da Lombroso nel corso di un colloquio durato diverse ore. Lombroso la pubblicò nello stesso saggio del 1873. Alcune fonti, compresa Wikipedia, sostengono invece che Verzeni abbia confessato in aula: non è così.

Verzeni ammise i due omicidi e i tentati strangolamenti. Spiegò che nell’atto provava “un immenso piacere” e che i graffi trovati sulle cosce di Giovanna Motta non erano stati fatti con le unghie ma con i denti. Disse di aver succhiato il sangue della vittima. Aggiunse di non essere pazzo, di non provare rimorsi e che per lui era meglio restare in carcere.

Sul perché non avesse confessato prima, rispose che temeva la reazione dei compaesani e che non aveva detto nulla nemmeno al suo avvocato. A Lombroso spiegò di parlare perché sentiva che il medico gli voleva bene.

Perché fu chiamato vampiro

Il soprannome nacque dai morsi trovati sulle vittime e si consolidò dopo la confessione. Krafft-Ebing inserì il caso nella Psychopathia sexualis fin dalla prima edizione del 1886, come prototipo dell’omicidio a sfondo sessuale senza rapporto, e nelle edizioni successive definì Verzeni un “vampiro moderno”.

Oggi la criminologia parla di omicidio a sfondo sessuale con componenti sadiche e di vampirismo clinico: il bisogno di mordere o bere sangue legato all’eccitazione. Il soprannaturale non c’entra. Comportamenti simili sono documentati anche in casi del Novecento, come quello di Jeffrey Dahmer, il cannibale di Milwaukee.

Detenzione, il falso suicidio e la morte

Verzeni scontò la pena nel bagno penale di Santo Stefano, l’isola carcere vicina a Ventotene. Molte fonti online sostengono che fosse stato rinchiuso “all’ergastolo nel manicomio criminale della Senavra” di Milano, ma questa versione non trova riscontro negli studi basati sugli atti.

Per oltre un secolo si è creduto che Verzeni si fosse impiccato in cella pochi mesi dopo la condanna. La data della presunta morte cambia da fonte a fonte: 1873 o 13 aprile 1874. Intorno al 2010 due ricercatori, secondo quanto riportato dalla stampa bergamasca, ritrovarono il suo atto di morte. La notizia del suicidio era falsa, come conferma anche una lettera del 1903 conservata nell’archivio Lombroso dell’Università di Torino.

Con l’entrata in vigore del nuovo codice penale del 1889, i lavori forzati a vita furono convertiti in 30 anni di reclusione, con fine pena prevista alla fine del 1902. Il 3 dicembre 1902 un quotidiano bergamasco riferì la paura degli abitanti di Bottanuco per il suo ritorno.

Invece della libertà arrivò il domicilio coatto a Ventotene. Una lettera inviata a Lombroso l’11 marzo 1903 da Bergamo racconta che la famiglia chiedeva la sua liberazione, mentre il mittente temeva nuovi delitti. Verzeni tornò infine a Bottanuco, dove morì il 31 dicembre 1918, a 69 anni.

Il caso nella criminologia dell’Ottocento

Lombroso citò Vincenzo Verzeni molte volte nella prima edizione de L’uomo delinquente (1876), il libro in cui espose la teoria del criminale nato: l’idea che alcuni individui siano predisposti al crimine e mostrino anomalie fisiche che ricordano stadi primitivi dell’evoluzione, il cosiddetto atavismo. Nel libro parla di una “ferocia sanguinaria mista a libidine” e registra due casi di imitazione avvenuti nel Bergamasco dopo il processo.

La teoria del criminale nato è oggi considerata superata, ma fu il primo tentativo sistematico di spostare l’attenzione dal reato alla persona che lo commette. Lo stesso vale per la pellagra, che Lombroso attribuiva alle tossine del mais avariato: oggi sappiamo che è causata da una carenza di vitamina PP, tipica di chi si nutre quasi solo di polenta.

Nel 1893 lo psichiatra napoletano Pasquale Penta dedicò al caso una monografia, I pervertimenti sessuali nell’uomo e Vincenzo Verzeni strangolatore di donne, scritta dopo aver incontrato Verzeni in carcere.

Fu davvero il primo serial killer italiano?

Vincenzo Verzeni viene spesso definito “il primo serial killer italiano”. Il titolo è discutibile. Prima di lui c’è almeno Antonio Boggia, il “mostro di Milano”, che uccise quattro persone tra il 1849 e il 1859 e fu impiccato a Milano nell’aprile del 1862. È lui, di solito, a essere indicato come il primo serial killer italiano documentato. Per questo alcuni autori parlano di Verzeni come del primo omicida seriale dell’Italia unita.

Anche il termine va contestualizzato. “Serial killer” si è diffuso negli anni Settanta grazie all’agente dell’FBI Robert Ressler, ma deriva dal tedesco “Serienmörder”, usato già nel 1930.

Il primato di Verzeni è un altro: è il primo omicida seriale a sfondo sessuale italiano studiato in modo sistematico dalla medicina legale. Per questo occupa un posto centrale nella storia dei serial killer italiani più noti, accanto a casi del Novecento come quello di Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio, anche lei sottoposta a perizia psichiatrica.

Nelle ricerche online il suo nome è spesso accostato a quello di Simone Pianetti, che il 13 luglio 1914 uccise sette persone in circa tre ore a Camerata Cornello, in Val Brembana, e non fu mai catturato. Si tratta però di una strage compiuta in un solo giorno, non di una serie di omicidi distanziati nel tempo.

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Sciascia e il processo indiziario

Nel 1973 Leonardo Sciascia dedicò al caso il racconto Processo per violenza, pubblicato nella raccolta Il mare colore del vino. Sciascia lavorò sugli atti e mise in evidenza che la condanna si reggeva su indizi, su episodi mai denunciati all’epoca e su una perizia fondata su teorie oggi prive di valore scientifico. Notò anche che durante l’interrogatorio le risposte dell’imputato erano coerenti.

Sciascia non sostiene che Verzeni fosse innocente. Il suo bersaglio è il meccanismo giudiziario e sociale che lo travolse, riassunto in una domanda: “che vuol dire essere innocenti, quando si cade nell’ingranaggio?”. La confessione successiva sembra confermare la colpevolezza, ma resta valido il punto di metodo: una condanna dovrebbe fondarsi su prove, anche quando l’imputato è colpevole.

Cosa sappiamo davvero: gli errori più diffusi

Molte ricostruzioni del caso ripetono informazioni sbagliate. Ecco le principali, confrontate con gli atti e con gli studi.

  • Arresto nel 1873: falso. Verzeni fu arrestato l’11 gennaio 1872; il 1873 è l’anno della condanna.
  • Omicidio Pagnoncelli nel 1872: falso. Avvenne il 27 agosto 1871.
  • Confessione in aula: falso. Confessò a Lombroso dopo la sentenza.
  • Ergastolo alla Senavra: senza riscontri. Scontò i lavori forzati a Santo Stefano.
  • Suicidio in carcere nel 1874: falso. Morì a Bottanuco nel 1918.
  • La frase “sadico sessuale, vampiro, divoratore di carne umana”: non risulta negli scritti di Lombroso.
  • Cretinismo e pellagra di Verzeni: la perizia li riferisce ai parenti, non a lui.

Timeline essenziale del caso Vincenzo Verzeni

  1. 11 aprile 1849 – Vincenzo Verzeni nasce a Bottanuco, in provincia di Bergamo.
  2. 1867 – Tentato strangolamento della cugina Marianna, 12 anni.
  3. 1867-1869 – Aggressioni a Barbara Bravi, Margherita Esposito e Angela Previtali.
  4. 8 dicembre 1870 – Omicidio di Giovanna Motta, 14 anni.
  5. 18 dicembre 1870 – Arresto del muratore Abramo Esposito, poi scagionato.
  6. 10 aprile 1871 – Aggressione a Maria Galli.
  7. 26 agosto 1871 – Aggressione a Maria Previtali.
  8. 27 agosto 1871 – Omicidio di Elisabetta Pagnoncelli.
  9. 11 gennaio 1872 – Arresto di Verzeni.
  10. 9 aprile 1873 – Condanna ai lavori forzati a vita; pochi giorni dopo la confessione a Lombroso.
  11. 1876 – Lombroso cita il caso ne L’uomo delinquente.
  12. 1886 – Krafft-Ebing inserisce il caso nella Psychopathia sexualis.
  13. 1889 – Il nuovo codice penale converte la pena in 30 anni di reclusione.
  14. 1902-1903 – Fine pena e domicilio coatto a Ventotene.
  15. 31 dicembre 1918 – Verzeni muore a Bottanuco.

Vincenzo Verzeni e Sharon Verzeni: nessun legame documentato

Molte ricerche online associano Vincenzo Verzeni a Sharon Verzeni, la donna di 33 anni uccisa a Terno d’Isola nella notte tra il 29 e il 30 luglio 2024. La coincidenza va oltre il cognome: Sharon Verzeni era originaria proprio di Bottanuco, a pochi chilometri da Terno d’Isola. Per il suo omicidio nel febbraio 2026 è arrivata una condanna all’ergastolo in primo grado.

Tra i due casi passano oltre 150 anni e non risulta alcun legame documentato, né familiare né di altro tipo. Il cognome Verzeni è diffuso nell’Isola bergamasca.

La storia del vampiro di Bergamo continua comunque a essere raccontata. Il romanzo Nostalgia del sangue di Dario Correnti (Giunti, 2018) immagina un assassino contemporaneo che imita Verzeni. Lo spettacolo itinerante “Il vampiro di Bergamo”, scritto da Danilo Lamperti, è andato in scena più volte a Trezzo sull’Adda. Al caso sono dedicati anche diversi podcast di true crime.

FAQ

  • Chi era Vincenzo Verzeni?

    Vincenzo Verzeni (Bottanuco, 1849 - 1918) era un contadino della Bergamasca condannato per l'omicidio di due donne e per diverse aggressioni commesse tra il 1867 e il 1871. È ricordato come uno dei primi omicidi seriali a sfondo sessuale studiati in Italia.

  • Perché Vincenzo Verzeni era chiamato il vampiro di Bergamo?

    Il soprannome nacque dai morsi trovati sul collo delle vittime. Dopo la condanna Verzeni ammise di aver morso i corpi e di averne succhiato il sangue. I giornali lo chiamarono anche strangolatore di donne e vampiro della bergamasca.

  • Quante vittime ha fatto Vincenzo Verzeni?

    Le vittime uccise furono due: Giovanna Motta, 14 anni, l'8 dicembre 1870, ed Elisabetta Pagnoncelli, 28 anni, il 27 agosto 1871. Gli atti dell'epoca citano anche sei donne aggredite che si salvarono; al processo fu condannato per due omicidi e tre tentati omicidi.

  • Che ruolo ebbe Cesare Lombroso nel caso Verzeni?

    Cesare Lombroso fu il perito nominato dalla Corte d'Assise di Bergamo. Concluse che Verzeni non era malato di mente e che era responsabile delle sue azioni. Pochi giorni dopo la sentenza raccolse la sua confessione e la pubblicò nel 1873.

  • Qual è la teoria di Lombroso sul criminale nato?

    Lombroso sosteneva che alcuni criminali fossero predisposti al delitto per ragioni biologiche e riconoscibili da anomalie fisiche, come la forma del cranio. È la teoria del criminale nato, esposta ne L'uomo delinquente (1876) e oggi considerata superata.

  • Come è morto Vincenzo Verzeni?

    Per oltre un secolo si è creduto che si fosse impiccato in cella poco dopo la condanna. In realtà sopravvisse: la pena fu convertita in 30 anni di reclusione dal codice del 1889 e, dopo un periodo di domicilio coatto a Ventotene, Verzeni morì a Bottanuco il 31 dicembre 1918, a 69 anni.

  • Vincenzo Verzeni è stato il primo serial killer italiano?

    Viene spesso definito così, ma il primato è discusso: prima di lui c'è almeno il caso di Antonio Boggia, giustiziato a Milano nel 1862. Verzeni è però il primo omicida seriale italiano studiato in modo sistematico dalla criminologia.

  • Vincenzo Verzeni è parente di Sharon Verzeni?

    Non risulta alcun legame documentato. Sharon Verzeni, uccisa a Terno d'Isola nel 2024, era originaria di Bottanuco come Vincenzo, ma tra i due casi passano oltre 150 anni e il cognome è molto diffuso nell'Isola bergamasca.

  • Quale libro di Sciascia parla del caso Verzeni?

    Leonardo Sciascia racconta il caso in Processo per violenza, uno dei racconti della raccolta Il mare colore del vino (1973). Lo scrittore analizza gli atti del processo e mette in dubbio la solidità delle prove usate per la condanna.

Classe 1988, si occupa di SEO dal 2014. Dopo gli inizi come libera professionista entra nel 2015 nel Gruppo HTML, poi Triboo Media. Nel 2020 approda in Bytek come Search Analyst, dove per sei anni lavora come consulente SEO per brand internazionali. Oggi è Senior SEO Specialist in WeRoad e affianca all'attività aziendale la docenza in master e corsi di formazione professionale dedicati a SEO, Intelligenza Artificiale e Content Marketing. Curiosa, metodica e decisamente fuori dagli schemi, qualche anno fa ha ascoltato il suo primo podcast true crime e non è più tornata indietro. Da allora ha accumulato una biblioteca dedicata al tema e continua a pubblicare su Instagram recensioni rigorosamente non richieste, nella speranza che qualcuno le legga.