Antonio Boggia, noto come il mostro di Milano o “mostro di Stretta Bagnera”, è uno dei primi assassini seriali documentati della storia italiana. Tra il 1849 e il 1859 uccise a Milano quattro persone per impadronirsi del loro denaro, usando procure false. Fu scoperto nel 1860, processato nel 1861 e impiccato l’8 aprile 1862. La sua viene spesso indicata come l’ultima esecuzione di un civile a Milano.
Il caso è importante per tre ragioni. Boggia uccideva per interesse, non per impulsi sessuali come altri omicidi seriali dell’Ottocento. Il processo si svolse a cavallo tra il dominio austriaco e il nuovo Regno d’Italia. Infine Cesare Lombroso usò il suo cranio e il suo ritratto come esempio nei suoi studi, contribuendo però a diffondere numeri sbagliati sulle vittime. Questa ricostruzione si basa sulla stampa del 1861-1862 e sugli scritti medici dell’epoca, e indica quali dettagli restano incerti.

Indice dei Contenuti
Chi era Antonio Boggia
Negli atti del processo il suo nome completo è Giovanni Antonio Boggia. Secondo le ricostruzioni biografiche nacque a Urio, sul lago di Como, il 23 dicembre 1799. Il dato è coerente con l’età di 62 anni riportata dai medici al momento dell’esecuzione.
Trasferitosi a Milano, lavorò come muratore e poi come capomastro, e si occupava anche dell’amministrazione di alcuni immobili. Fu impiegato come fochista a Palazzo Cusani, sede del comando militare austriaco. Si sposò nel 1831 e abitava in via Nerino 2, in uno stabile di proprietà di Ester Maria Perrocchio, che sarebbe diventata la sua ultima vittima. Poco lontano, nella Stretta Bagnera, aveva un magazzino con uno scantinato.
In pubblico Antonio Boggia era un uomo devoto. Lombroso annotò che ascoltava messa ogni giorno e reggeva il baldacchino nelle processioni. Questa immagine di persona rispettabile contribuì a proteggerlo per anni.
L’aggressione a Giovanni Comi e il ricovero alla Senavra
Il primo episodio noto è del 1851. Antonio Boggia attirò nel magazzino di Stretta Bagnera il contabile Giovanni Comi, con il pretesto di controllare dei conti, e lo colpì alla testa. Comi sopravvisse e lo denunciò. Le fonti non concordano sull’arma, una scure o una mannaia, né sul giorno esatto, il 2 o il 3 aprile.
Davanti alla giustizia austriaca Antonio Boggia si finse pazzo e fu ricoverato nella Pia casa della Senavra, il manicomio di Milano. La durata del ricovero è incerta: alcune ricostruzioni parlano di tre mesi, altre di alcuni anni. Di sicuro uscì senza una condanna e tornò alla sua vita di sempre. Ancora nel 1877 il ministro della Giustizia Pasquale Stanislao Mancini lo ricordava come esempio di criminale “creduto pazzo”.
Le quattro vittime di Antonio Boggia
Al processo Antonio Boggia ammise di aver ucciso quattro persone “per impadronirsi delle loro sostanze”. Le date dei primi tre delitti vengono dalle ricostruzioni basate sul libro di Giovanni Luzzi e non sono confermate da documenti dell’epoca.
| Vittima | Data (secondo le ricostruzioni) | Chi era |
|---|---|---|
| Angelo Ribbone | Aprile 1849 | Compaesano di Boggia, chiamato anche Angelo Serafino Rivoni nella stampa del 1861 |
| Giuseppe Marchesotti | 15 gennaio 1850 | Commerciante di granaglie |
| Pietro Meazza | Aprile 1850 | Fabbro e commerciante, la sua bottega fu venduta con una procura |
| Ester Maria Perrocchio | 11 maggio 1859 | Vedova di 76 anni, proprietaria dello stabile di via Nerino |
Lombroso, nelle sue opere, parla di 33 o addirittura 34 omicidi. È un errore: il processo riguardò quattro omicidi e nessun documento ne attribuisce altri a Boggia.
Il metodo: procure false e un colpo solo
Il movente di Antonio Boggia era sempre economico. Lombroso descrisse il metodo nel 1876: Boggia si faceva rilasciare una procura dalla vittima, la attirava in solaio o in cantina e la uccideva con un unico colpo. Poi nascondeva il corpo e usava la procura per prendere possesso del denaro e dei beni.
Con Ester Maria Perrocchio lo schema fu lo stesso. Dopo la sua scomparsa Boggia presentò una procura falsa, rogata da un notaio di Como, che gli permetteva di gestire i beni dell’anziana. Sul luogo in cui fu nascosto il corpo della donna le fonti divergono: via Nerino, via Santa Marta o lo scantinato di Stretta Bagnera.
Lo stesso schema, l’omicidio per appropriarsi dei beni delle vittime, ricorre quasi un secolo dopo nel caso di Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio.

Il giallo della stretta Bagnera. Antonio Boggia l’ultimo impiccato di Milano
La monografia di riferimento sul caso, uscita per la prima volta nel 1972 e ripubblicata più volte. Ricostruisce i delitti, le indagini e il processo nella Milano di metà Ottocento.

La denuncia del 1860 e la scoperta di Stretta Bagnera
Ester Maria Perrocchio era scomparsa nel maggio 1859. Il figlio, Giovanni Murier (il cognome compare anche come Maurier), presentò denuncia solo nel febbraio 1860: le ricostruzioni indicano il 26 febbraio, la stessa data usata anche per l’arresto di Boggia. Nessuna fonte spiega il ritardo. I mesi di guerra del 1859 sono una spiegazione possibile, ma resta un’ipotesi.
Le indagini furono condotte dal giudice istruttore Crivelli con i Carabinieri Reali, arrivati a Milano con il passaggio della Lombardia al Regno di Sardegna. La procura usata da Boggia risultò falsa. Gli scavi nello scantinato di Stretta Bagnera riportarono alla luce tre scheletri, quelli delle prime tre vittime.
Il processo del 1861 davanti al tribunale criminale di Milano
Il dibattimento contro “Giovanni Antonio Boggia accusato di quattro omicidi” si aprì il 18 novembre 1861 davanti al tribunale criminale di Milano. Non si trattava di una Corte d’Assise con giuria popolare, come si legge spesso, ma di un tribunale di giudici togati con un rito ancora di impianto austriaco.
Alla prima udienza, quando l’imputato entrò in aula, il pubblico chiese a gran voce la sua morte. Il tribunale dovette rinviare il processo, che proseguì a porte chiuse. Fu un episodio precoce di pressione popolare su un processo penale, un tema approfondito nell’articolo su come un caso giudiziario diventa spettacolo.
La perizia psichiatrica fu firmata dal medico Antonio Tarchini-Bonfanti, direttore dell’asilo della Senavretta, e pubblicata nel 1862. I periti dichiararono Boggia “pienamente conscio delle sue azioni”, escludendo la follia che lo aveva salvato nel 1851.
La condanna a morte fu letta a fine novembre, il 28 o il 29 a seconda delle fonti. Secondo il cronista dell’epoca, all’annuncio della sentenza Boggia si sentì mancare e non riuscì a reggersi in piedi. La sentenza passò poi ai tribunali superiori e infine al re, che secondo le ricostruzioni rifiutò la grazia.
Pazzo o simulatore?
La questione della follia di Antonio Boggia divise già i contemporanei. Il corrispondente del Times di Londra seguì il processo, e nel 1873 lo psichiatra americano William A. Hammond ripubblicò quel resoconto sostenendo che Boggia fosse davvero malato di mente. A Milano invece il clima era opposto: secondo un testimone dell’epoca, molti operai minacciavano di prelevare Boggia dal carcere se la pena fosse stata commutata.
Anche Lombroso cambiò idea. Nel 1876 scrisse di non voler decidere se Boggia avesse simulato la pazzia, e aggiunse che rinchiuderlo a vita in un manicomio criminale avrebbe evitato altre vittime. Anni dopo, nell’atlante della sua opera, lo classificò senza riserve come simulatore.
L’esecuzione dell’8 aprile 1862
La data dell’impiccagione è l’8 aprile 1862, confermata da due fonti dell’epoca. Le date del 6 e del 9 aprile che circolano online sono errate: il 6 è il giorno in cui Boggia fu informato del rigetto definitivo, il 9 è probabilmente la data in cui la notizia uscì sui giornali di altre città.
Poco prima delle 6 del mattino un carro coperto di stoffa nera lasciò il Palazzo di giustizia. Dentro c’erano Antonio Boggia con un sacerdote e i due boia, Pantoni, arrivato da Torino, e Porro, da Parma: Milano non aveva un proprio esecutore. Per Pantoni era la 123ª esecuzione. Il corteo era scortato da carabinieri a cavallo, fanteria e lancieri. Il patibolo era al cosiddetto campo scellerato, vicino ai bastioni tra Porta Vigentina e Porta Lodovica.
Il cronista dell’epoca smentisce l’immagine di una folla enorme e inferocita: lungo il percorso la gente era “scarsa”, anche alle finestre, e solo vicino al patibolo si radunò più pubblico. Boggia apparve rassegnato. Salendo la scala ripeté tre volte “Mi raccomando”.
Fu la prima esecuzione ordinata dal tribunale criminale di Milano dopo il 1848. Viene spesso indicata come l’ultima esecuzione di un civile a Milano: la pena di morte fu eliminata dal codice penale comune con il codice Zanardelli, in vigore dal 1° gennaio 1890.
Che fine ha fatto la testa di Antonio Boggia
Poche ore dopo la morte il corpo fu esaminato dai medici, tra cui il fisiologo Paolo Mantegazza. La testa fu conservata: nel 1876 Lombroso registrava il cranio come “Boggia, Mus. Osp. di Milano”, cioè nel museo anatomico dell’Ospedale Maggiore. Lombroso lo misurò e lo citò, ma non risulta che lo abbia mai posseduto, contrariamente a quanto scrivono molte ricostruzioni.
Il destino successivo non è documentato. Secondo una fonte la testa fu sepolta nel cimitero di Musocco nel 1949 insieme ad altri preparati dell’ospedale. Altre versioni la collocano in un museo di Firenze o la danno per distrutta nei bombardamenti della Seconda guerra mondiale, ma nessuna è supportata da documenti.
Nel 2009 è comparsa sul mercato antiquario una mannaia con un cartellino che la attribuisce a Boggia, in una cassetta dell’Ospedale Maggiore. Oggi è esposta in un museo di criminologia in Lomellina, ma la sua autenticità non è stata verificata.
Antonio Boggia negli studi di Lombroso
Lombroso citò Antonio Boggia in tutte le edizioni de L’uomo delinquente, dal 1876 alla fine del secolo, e ne pubblicò il ritratto nell’atlante dell’opera tra i “tipi di delinquenti italiani”. Lo usava come esempio di criminale con una grande capacità cranica, di religiosità di facciata e di grafia criminale.
Proprio da Lombroso vengono però alcuni degli errori più diffusi. Nel 1889 lo definì “stracciaruolo” e colpevole di 33 omicidi, nell’edizione francese del 1887 di 34. Scrisse anche che Boggia era stato preso dal terrore davanti al patibolo, mentre la cronaca dell’esecuzione lo descrive calmo. Sono esempi di come la criminologia dell’epoca adattasse i casi reali alle proprie teorie.

L’uomo delinquente
Il testo fondativo dell’antropologia criminale, in cui Lombroso cita più volte Boggia. Va letto come documento storico: le sue teorie oggi sono superate.
Un caso tra tre regimi: Austria, Savoia e Regno d’Italia
La storia di Antonio Boggia attraversa il passaggio di Milano dal dominio austriaco all’Italia unita. L’aggressione a Comi e tutti e quattro gli omicidi avvennero nel Regno Lombardo-Veneto, sotto l’Austria, mentre Boggia lavorava per il comando militare austriaco. Ester Maria Perrocchio fu uccisa nel maggio 1859, in piena Seconda guerra d’indipendenza.
Nell’estate del 1859 la Lombardia passò al Regno di Sardegna, e la denuncia del 1860 fu raccolta dalle nuove autorità sabaude. Processo ed esecuzione si svolsero nel Regno d’Italia, proclamato nel 1861, ma davanti a un tribunale ancora organizzato secondo il modello austriaco. Le ricostruzioni che parlano di un’esecuzione “sotto l’Austria” sono quindi sbagliate.
Fu davvero il primo serial killer italiano?
Antonio Boggia viene spesso definito “il primo serial killer italiano”, ma il primato non regge. Prima di lui, secondo le ricostruzioni storiche, tra il 1834 e il 1835 Giorgio Orsolano, la “iena di San Giorgio”, uccise tre bambine nel Canavese e fu impiccato nel 1835. Più corretto dire che Boggia è uno dei primi omicidi seriali documentati in Italia e probabilmente il primo della storia di Milano.
Dopo di lui il caso più noto dell’Ottocento è quello di Vincenzo Verzeni, il vampiro di Bergamo, che uccise due donne tra il 1870 e il 1871. Orsolano e Verzeni avevano moventi sessuali. Boggia uccideva per denaro, ed è questa la vera particolarità del suo caso nella storia dei serial killer italiani più noti.

I serial killer che hanno terrorizzato l’Italia
Un’ampia rassegna dei casi di omicidio seriale in Italia, dall’Ottocento a oggi. Utile per confrontare il caso Boggia con quelli successivi.
Via Bagnera oggi
L’antica Stretta Bagnera è l’attuale via Bagnera, una stradina che parte da via Nerino, piega vicino alla chiesa di San Giorgio al Palazzo e sbuca in via Santa Marta, a pochi passi da via Torino. Viene spesso indicata come la via più stretta di Milano, anche se non esiste una misurazione ufficiale. Il nome non ha legami con i delitti: deriverebbe da un antico luogo detto “baniaria”, citato in un documento dell’XI secolo.
Non ci sono targhe dedicate al caso. La via è però una tappa fissa delle visite guidate sui misteri di Milano, e intorno al magazzino di Boggia sono nate leggende di fantasmi senza alcun fondamento storico. Il caso è stato raccontato soprattutto da Giovanni Luzzi in Il giallo della stretta Bagnera, uscito nel 1972 e ripubblicato nel 2016 e nel 2022.
Cosa sappiamo davvero: gli errori più diffusi
Molte ricostruzioni online ripetono informazioni sbagliate. Ecco le principali, confrontate con le fonti dell’epoca.
- 33 o 34 vittime: falso. Le vittime giudicate e confessate sono quattro.
- Esecuzione il 6 o il 9 aprile: falso. Boggia fu impiccato l’8 aprile 1862.
- Processo in Corte d’Assise con giuria: falso. Lo giudicò il tribunale criminale di Milano.
- Una folla enorme lungo il percorso: smentito dalla cronaca dell’epoca, che parla di gente “scarsa”.
- Giustiziato sotto l’Austria: falso. Nel 1862 Milano faceva parte del Regno d’Italia.
- La testa donata a Lombroso o conservata a Firenze: senza riscontri. Nel 1876 il cranio era al museo dell’Ospedale Maggiore di Milano.
- Il primo serial killer italiano: discutibile. Giorgio Orsolano uccise quindici anni prima.
- Abitava in Stretta Bagnera: impreciso. Abitava in via Nerino, in Stretta Bagnera aveva il magazzino.
Timeline essenziale del caso Antonio Boggia
- 23 dicembre 1799 – Nascita a Urio, sul lago di Como, secondo le ricostruzioni.
- 1831 – Matrimonio; Boggia vive a Milano, in via Nerino.
- 1849 – Omicidio di Angelo Ribbone.
- 1850 – Omicidi di Giuseppe Marchesotti e Pietro Meazza.
- 1851 – Aggressione a Giovanni Comi e ricovero alla Senavra.
- 11 maggio 1859 – Omicidio di Ester Maria Perrocchio.
- Estate 1859 – La Lombardia passa dall’Austria al Regno di Sardegna.
- Febbraio 1860 – Denuncia del figlio di Perrocchio, arresto e scoperta dei resti in Stretta Bagnera.
- 18 novembre 1861 – Inizio del processo davanti al tribunale criminale di Milano.
- Fine novembre 1861 – Condanna a morte.
- 8 aprile 1862 – Impiccagione al campo scellerato, tra Porta Vigentina e Porta Lodovica.
- 1876 – Lombroso registra il cranio nel museo dell’Ospedale Maggiore.
FAQ
-
Chi era Antonio Boggia?
Antonio Boggia (Giovanni Antonio negli atti) era un capomastro nato sul lago di Como e trasferito a Milano, dove lavorava anche come fochista per il comando austriaco. Fu condannato per quattro omicidi commessi tra il 1849 e il 1859 e impiccato nel 1862.
-
Quante persone ha ucciso Antonio Boggia?
Al processo del 1861 Boggia ammise quattro omicidi: Angelo Ribbone, Giuseppe Marchesotti, Pietro Meazza ed Ester Maria Perrocchio. Le cifre di 33 o 34 vittime riportate da Lombroso non hanno alcun riscontro.
-
Perché Antonio Boggia uccideva?
Il movente era il denaro. Boggia si faceva rilasciare una procura dalle vittime, le uccideva con un solo colpo e poi usava quel documento, o una procura falsificata, per impadronirsi dei loro beni.
-
Dove si trova la Stretta Bagnera?
È l'attuale via Bagnera, nel centro di Milano, tra via Nerino e via Santa Marta, vicino a via Torino. Lì Boggia aveva il magazzino nel cui scantinato furono trovati i resti delle prime vittime.
-
Quando è stato giustiziato Antonio Boggia?
Boggia fu impiccato all'alba dell'8 aprile 1862 nel cosiddetto campo scellerato, vicino ai bastioni tra Porta Vigentina e Porta Lodovica. Le date del 6 e del 9 aprile che si trovano online sono errate.
-
Che fine ha fatto la testa di Antonio Boggia?
Dopo l'esecuzione la testa fu conservata nel museo anatomico dell'Ospedale Maggiore di Milano, dove Lombroso ne misurò il cranio. Il suo destino successivo non è documentato: una fonte parla di una sepoltura a Musocco nel 1949.
-
Antonio Boggia è stato il primo serial killer italiano?
Viene spesso chiamato così, ma prima di lui Giorgio Orsolano uccise tre bambine in Piemonte tra il 1834 e il 1835. Boggia è piuttosto uno dei primi omicidi seriali documentati in Italia e il primo noto della storia di Milano.
-
Antonio Boggia era pazzo?
Nel 1851 evitò il processo per l'aggressione a Giovanni Comi fingendosi pazzo. Nel 1861 il perito Antonio Tarchini-Bonfanti lo dichiarò invece pienamente consapevole delle sue azioni, anche se alcuni medici dell'epoca continuarono a ritenerlo malato.
-
Chi è il mostro di Milano?
Il soprannome indica soprattutto Antonio Boggia, giustiziato nel 1862. È stato usato anche per un presunto assassino seriale degli anni Settanta, un caso diverso tornato in cronaca nel 2024.


